Le mutazioni del fattore V Leiden e della protrombina 20210 (PT 20210) sono associate ad un rischio aumentato di trombosi. La ricerca di queste mutazioni è possibile tramite l’esecuzione di due esami separati, in grado di ricercare le alterazioni del DNA specifiche, ma richiesti in parallelo, al fine di stimare il rischio trombotico complessivo dell’individuo.  Il fattore V e la protrombina sono due fattori della coagulazione, ossia due delle proteine essenziali per la corretta formazione del coagulo. Qualsiasi evento in grado di provocare un danno ai tessuti e quindi un sanguinamento, innesca un complesso processo chiamato emostasi responsabile della formazione di un “tappo” in corrispondenza dell’area danneggiata e quindi dell’interruzione del sanguinamento. Nella prima fase del processo, le piastrine aderiscono all’area danneggiata aggregandosi; nella seconda fase, i fattori della coagulazione vengono attivati progressivamente tramite un meccanismo a cascata che culmina con la formazione del coagulo. Il coagulo si dissolve solo in seguito alla completa guarigione del tessuto danneggiato.  Per la corretta formazione e successiva dissoluzione del coagulo, devono essere presenti tutti i fattori della coagulazione, in quantità adeguata e devono essere funzionali. Una carenza quantitativa o funzionale dei fattori della coagulazione, può portare ad alterazioni nell’emostasi.

Le mutazioni del fattore V Leiden e della PT20210 della protrombina, sono ereditarie e in grado di aumentare il rischio di trombosi. Si tratta di mutazioni ereditate con meccanismi autosomici dominanti (è sufficiente una sola copia del gene alterato per la manifestazione del fenotipo): è possibile ereditare una copia (eterozigote) o due copie (omozigote) del gene mutato, con conseguenze di diversa entità.  Queste due mutazioni sono indipendenti e vengono testate con due esami separati, anche se, di solito, eseguiti nello stesso momento come parte degli approfondimenti richiesti in seguito ad un episodio trombotico in individui sospettati di avere una predisposizione genetica ereditaria per i disordini della coagulazione. Ciascun test è utilizzato per rilevare la presenza di specifiche mutazioni e se queste sono presenti in una copia (eterozigote) o due copie (omozigote).   Durante l’emostasi, il fattore V è normalmente inattivato da una proteina chiamata proteina C attivata (APC), responsabile della prevenzione della formazione di coaguli troppo grossi. La mutazione genica del fattore V Leiden può portare alla formazione di un fattore V in grado di resistere all’inattivazione da parte di APC. Come conseguenza, il processo coagulativo rimane più attivo del normale, aumentando il rischio di formazione di trombosi venose profonde (TVP) o di rottura del coagulo e blocco di una vena (tromboembolismo venoso o TEV).Durante il normale processo coagulativo, un enzima converte la protrombina in trombina. La mutazione, a carico del gene che codifica per la protrombina, chiamata PT20210, può provocare un’aumentata concentrazione di protrombina, la formazione anomala di coaguli e l’aumento del rischio di TVP o TEV.

Factor V Leiden and prothrombin 20210 (PT 20210) mutations are associated with an increased risk of thrombosis. The search for these mutations is possible through the performance of two separate tests, capable of searching for specific DNA alterations, but required in parallel, in order to estimate the overall thrombotic risk of the individual.  Factor V and prothrombin are two coagulation factors, i.e. two of the proteins essential for the correct formation of the clot. Any event capable of causing tissue damage and therefore bleeding triggers a complex process called hemostasis responsible for the formation of a “plug” at the damaged area and thus stopping the bleeding. In the first stage of the process, platelets adhere to the damaged area by aggregating; in the second stage, coagulation factors are progressively activated via a cascade mechanism that culminates in clot formation. The clot dissolves only following complete healing of the damaged tissue.  For the correct formation and subsequent dissolution of the clot, all coagulation factors must be present, in adequate quantities and must be functional. A quantitative or functional deficiency of coagulation factors can lead to alterations in hemostasis.    Mutations in factor V Leiden and PT20210 in prothrombin are hereditary and capable of increasing the risk of thrombosis. These are mutations inherited with autosomal dominant mechanisms (only one copy of the altered gene is sufficient for the manifestation of the phenotype): it is possible to inherit one copy (heterozygous) or two copies (homozygous) of the mutated gene, with consequences of different magnitudes.  These two mutations are independent and are tested with two separate tests, although usually performed at the same time as part of the investigations required following a thrombotic episode in individuals suspected of having an inherited genetic predisposition for coagulation disorders. Each test is used to detect the presence of specific mutations and whether they are present in one copy (heterozygous) or two copies (homozygous).   During hemostasis, factor V is normally inactivated by a protein called activated protein C (APC), which is responsible for preventing the formation of clots that are too large. Gene mutation of factor V Leiden can lead to the formation of a factor V that can resist inactivation by APC. As a result, the clotting process remains more active than normal, increasing the risk of deep vein thrombosis (DVT) formation or clot rupture and blockage of a vein (venous thromboembolism or VTE).During the normal coagulation process, an enzyme converts prothrombin into thrombin. The mutation, in the gene encoding prothrombin, called PT20210, can result in an increased concentration of prothrombin, abnormal clot formation, and increased risk of DVT or VTE.